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ANTOLOGIA CRITICA

Pino Chimenti
Paolo Balmas

Per dar vita al suo universo di ricerca Pino Chimenti sembra aver abolito lo spazio cartesiano ed il tempo lineare. Nel regno creato da questa sorta di incantesimo, da questa "disabilitazione" applicata al processo immaginativo, vi e ancora posto per tutti i contenuti del nostro pensiero, a condizione però che si adeguino ad un regime dell'apparire sostanzialmente mutato, ad un modo di manifestarsi che, corroborato da un'implacabile nitore, trasmette inesorabilmente qualcosa di più e qualcosa di meno di ciò che credevamo indispensabile. Così il ricordo non è più un succedersi di eventi che si richiamano, ma un convivere di spinte che si affrontano, si incastrano e alla fine, loro malgrado, divengono complementari; la somiglianza non è più un omologia di tratti formali che si dispongono ad un medesimo livello gerarchico nella logica comunicativa del segno, ma un procedere verso forme di complessità e di articolazione la cui equivalenza ci appare tale solo in funzione di una verifica semantica annunciata ma non promessa, una verifica di cui, in ultima analisi, saremo noi a doverci far carico; il racconto, infine, non è più lo sviluppo di una trama, ma una specie di partita aperta dove i pezzi in gioco non condensano in sé regole e proprietà relazionali, ma sembrano presupporre la conoscenza di complesse cosmogonie tradotte in un'araldica già bloccata e ciò nondimeno ancora vibrante di tensioni e passioni.

La chiave di tutto questo, di questa poetica che, nei suoi risultati, ne richiama altre di indiscusso spessore, tutte puntualmente individuate dalla critica,. naturalmente può essere cercata come si vuole secondo le tante "piste" che l'esegesi artistica oramai si è assuefatta a considerare di fatto equivalenti; a chi scrive, tuttavia, sembra innegabile che essa abbia a che fare, prima di ogni altra cosa, con il problema del rapporto tra desiderio, progetto e soggettività.

Nella scala che va dalla soddisfazione istintiva del più effimero capriccio alla realizzazione della più alta impresa in cui bene comune ed interesse personale coincidono, sembra voler argomentare Chimenti, la rappresentazione del sé che immancabilmente accompagna la pianificazione dell'agire ha un ruolo via via più importante e, se nel neonato che ancora non riconosce la propria immagine allo specchio è quasi inesistente, essa dovrebbe, invece, raggiungere il maggior grado di determinatezza in chi riesce a trovare un accordo tra "principio di piacere" e principio di realtà" nella piena consapevolezza del suo appartenere alla cosiddetta "società civile".
Poiché però l'esperienza di tutti i giorni, con la sua violenza palese o larvata, ci dimostra ad usura che le cose non stanno così, sembra ancora volerci dire il nostro pittore, sarebbe bene che gli uomini imparassero a guardare in faccia la realtà attraverso sistemi di autorappresentazione deformanti quanto rivelatori. Sistemi nei quali la nostra interpretazione degli accadimenti esterni non possa più liquidare a cuor leggero gli antefatti che la contraddicono; gli stessi oggetti del desiderio siano costretti a contaminarsi e ad incastrarsi con tutto ciò rispetto a cui non sono riusciti a fare chiarezza ed ogni presunta azione mirata finisca giocoforza per tirarsi appresso tutte le reali mire inconfessate con cui si confonde.
Che la poetica di Chimenti voglia proporcisi proprio come uno di questi sistemi lo prova non soltanto la sua più volte rilevata consonanza con l'elemento fiabesco caratteristico sia dell'arte popolare vera e propria che del linguaggio di quei maestri del Moderno che, in qualche modo, l'animo popolare e primitivo hanno riscoperto, ma che il voluto riferimento, che vi si può cogliere, a certe forme di progressivo irrigidimento geometrico nella rappresentazione della realtà con le quali, a volte , il malato di mente si difende dalla disgregazione del proprio io. Nel senso che ciò che gli psichiatri hanno osservato in alcuni loro pazienti ed hanno spiegato come una ricerca ossessiva di sicurezza potrebbe essere riguardato, per traslato, come la polarità estrema cui tende una collettività in crisi la quale attraverso i rituali costrittivi e semplificatori cui si sottopone mira inconsciamente ad ignorare il diverso e il perturbante, ad epurare ciò che devia da una linea di comportamenti e di interpretazioni prestabilita.
Ma quali sono le ragioni per cui la società industriale avanzata dei nostri giorni che aspira a divenire motore di una globalizzazione considerata irrinunciabile continua a produrre forme di soggettività che ci si rivelano prigioniere di un rapporto perverso tra desiderio e progetto? E cosa può fare l'arte per segnalare dal suo punto di osservazione questa preoccupante realtà? Una risposta a tale quesito Pino Chimenti ha cercato di darla, appunto, con l'opera presentata alla "XIV Quadriennale Anteprima" ospitata nei locali del Palazzo Reale di Napoli. Già il titolo, "Dittico dell'Identità con simbionti immaginifici vagamente industriosi, nella sua sarcastica accuratezza terminologica, ci dice molte cose. Ci dice ad es. che la soggettività in sé per sé, come mera formazione psicologica, non ha sussistenza se non riversata nella dimensione antropologica dell'identità, nozione indubbiamente ricca di insidie, ma irrinunciabile per la gestione del rapporto con l'alterità. Ci dice ancora, in qualche modo, che a tali insidie non si può sfuggire con il rinnegare l'identità stessa, né in maggio ad un'astrazione politica, sia pur generosa, né in funzione di quella programmazione eterodiretta del desiderio cui presiede la triade marketing-pubblicità consumo. Ci dice infine che proprio la mancata soluzione di questo problema sta trasformando gli uomini in qualcosa di storicamente inedito, in "simbionti" appunto che non avendo un apparato di riferimenti chiaro circa la propria soggettività non sono più in grado di desiderare alcunché nel senso pieno e sano del termine. Come il neonato di cui si parlava più sopra: i simbionti di Chimenti confondono percezione, autopercezione e volizione, ma nello stesso tempo, quali complesse macchine desideranti prive di un quadro comandi essenziale e unitario, finiscono per azionare tutte le leve e premere tutti i bottoni che di volta in volta gli appaiono più invitanti generando processi immaginifici e pseudoprogettuali che, o vanno ciascuno per proprio conto in una sorta di oppiacea fuga nel vuoto, o si urtano e si disassano a vicenda senza di fatto urtare la realtà, musa dismessa che nel frattempo si è dissolta in un firmamento di segni privo di sostanza, in una mappa accurata di ciò che non c'è più.
A ben guardarle però le due sequenze di cui è costituito il dittico esposto a Napoli ci si presentano ancora come una sommatoria di icone che aspirano ad una forma simbolica, come figurazioni emblematiche collocate in uno spazio tempo residuale entro cui sussistono dei margini per un agire non automatico e irreversibile. Grazie alle loro caratteristiche descrittive a metà strada fra la precisione del disegno di progetto e la vis sintetizzatrice dell'ideogramma, possiamo ad es. individuarvi delle opposizioni attraverso cui orientare la costruzione del nostro esserci nel mondo ( noi/loro, dentro/fuori, centro/periferia, etnos/koiné) o l'allusione a dei processi interpretativi storicamente determinati (mito, alchimia, esoterismo, kabbalah, favola, fiaba .... ) da cui distillare le coordinate di un presente meno incerto, meno arrendevole rispetto alla presunta equivalenza di ideali conoscitivi che, di fatto, si sono già scontrati oltre che incontrati e che non vanno riguardati in blocco come vie di fuga dinanzi all'imperialismo del metodo scientifico, ma piuttosto come un variegato memento, un monito antico eppure, per certi versi, intemporale rispetto all'alleanza ogni volta risorgente e ogni volta illiberale fra logocentrismo e tecnologie dominanti.
Come in una cartografia pronta ad animarsi dinnanzi agli occhi di chi la consulta nei due elementi del dittico di Chimenti di tematiche specifiche su cui riflettere ve ne sono moltissime e tutte passibili di essere rintracciate attraverso un'esplorazione che ci invita a verificare di volta in volta la nostra posizione rispetto a questioni di fondo capaci di legare il sociale all'esistenziale secondo un percorso che si snoda, senza impacci didascalici, dall'identità alla cosalità, dalla creatività alla sessualità, dalla confusione alla riflessione, dalla pace alla libertà, dalla babele al rinnovamento, dal mito di Perseo al rapporto segretezza evidenza, dalla sublimazione all'adozione di una maschera, dal tempo catafratto alla scrittura, dal potere della distruzione a quello della pace come identità etnica, dall'arroganza del potere alla sua ambiguità, dalla distruzione della musica intesa come poesia e metamorfosi alla tecnica impiegata come strumento di morte.

Paolo Balmas


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