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ANTOLOGIA CRITICA


L'ornamento non è delitto
Elogio della pittura di Pino Chimenti

Luca Beatrice

La pittura resiste, unica tra tutte le arti, alla tirannia del tempo, all'occhiolino strizzato dalla moda, alle logiche evoluzionistiche che i cambiamenti culturali e sociali incitano e vogliono.
La pittura ha attinto, cercando e rimestando nella grande matassa del passato, riferimenti, temi e soggetti, che ha fatto propri arricchendoli di significati e significanti in rapporto al presente.
Nell'arte è continua l'oscillazione e perpetuo il pendolare tra la tensione verso il futuro e il recupero del passato, tra la ricchezza iconografica e la sintesi minimalista. Soprattutto in Italia sono stati significativi i momenti in cui queste apparenti contraddizioni sono entrate in rotta di collisione (dal Futurismo alla Metafisica, dall'Informale alla Transavanguardia), frantumando gli stilemi passati in favore di un rinnovato senso critico e di una nuova espressione formale.
La pittura, lo sappiamo, si ribella al darwinismo e agisce incontrollata. In questo senso si può tracciare una mappatura del territorio italiano fatta di "esemplari unici", artisti che si muovono in parallelo ai grandi sistemi, non tanto per snobismo, o anacronismo, quanto per la volontà di non cadere, alle soglie di un mondo veloce e globalizzato, in consumi troppo immediati o analisi frettolose. Il loro lavoro non può sottomettersi a giudizi di "stampa", perché non è di questo che si nutre: non è dell'artificiosità di un sistema vizioso che sopravvive, ma di quell'antica e necessaria volontà di rappresentare, raccontare, dipingere per immagini l'universo reale e immaginario.

"L'impulso a decorare il proprio volto e tutto quanto sia a portata di mano è la prima origine dell'arte figurativa. E' il balbettio della pittura. Ogni arte è erotica". [
1]

Esattamente un secolo fa, erano gli anni del Bauhaus, l'architetto e filosofo austriaco Adolf Loos intuiva che all'origine della pittura decorativa stava quel senso primitivo di rappresentare, e soprattutto di ornare, decorando appunto, l'universo visibile secondo un gusto che è proprio dell'uomo, quasi un istinto necessario - forse perché innato e come ogni istinto erotico - di manifestarsi con dei segni.
Segnare lo spazio, il territorio, il proprio volto, la propria persona: l'ornamento è segno. L'arte di decorare appartiene al nostro dna anche se la possibilità di sfociare in degenerazione visiva, vale a dire in sovraccarico di gusto e stile, è sempre alle porte. Nel 1908 Loos, padre di quel minimalismo tedesco che elimina il decoro ma che ama le forme, accusava tutta una società e il cosiddetto "uomo moderno" di aver abusato dell'arte della decorazione e di aver fatto dell'ornamento un delitto.
Oggi, dopo la secolare erosione del pensiero moderno, siamo approdati nel "post" - il tutto che c'è dopo - e il testo di Loos, rimesso sotto la giusta luce, rivela una sensibilità estetica felice che prefigura orientamenti del sentire odierno di grande eleganza e raffinatezza.

Pino Chimenti ama la decorazione, ama l'immagine composta e frammentata; usa il decoro, ma in una maniera silenziosa. Le sue campiture sono in realtà texture finemente decorate e gli accostamenti cromatici sono essenzialmente il frutto di una valutazione funzionale al valore simbolicamente rappresentativo.

1 Adolf Loos, Ornamento e delitto, in "Parole nel vuoto", ed. Adelphi, Milano 1992

Utopie architettoniche

Parlare della pittura di Pino Chimenti vorrebbe dire ripercorrere le tappe più significative della pittura degli ultimi cinquant'anni, perché il suo lavoro si inserisce nella discussione post cubista e astrattista sul ruolo della figurazione, attraversa l'immagine surreale e metafisica, per approdare poi all'immagine italiana, passando attraverso tutta la letteratura, la musica, e l'architettura del boom degli anni anni '80. E' un pittore colto, che sa muoversi con maestria nel vasto repertorio iconografico e stilistico che appartiene alla cultura visiva del nostro Paese.
Sfogliando e gustando i suoi quadri come labirinti nei quali è "doveroso" perdersi, si ritrovano i cardini teorici di un'estetica che appartiene al mondo non solo della pittura ma anche del design e dell'architettura made in Italy.
I Cartigli, i Dittici, e le Mappe di Chimenti ci rimandano a quegli schizzi progettuali e ai disegni architettonici di un Mendini di fine anni '70 - colori pastello e contorni secchi e decisi - o alle tavole grafiche del gruppo Archizoom datate 1969, che tentarono in anni di fermento culturale e artistico di emanciparsi da un concetto statico di architettura proponendo modelli teorici e utopici di città radicali ("No stop city").
Non credo sia azzardato un confronto con l'architettura nell'universo fantastico di Chimenti. Le utopie raccontate, infatti, nei suoi mondi simbolici - beninteso simbolo non allegoria - contengono elementi strettamente riconducibili alla realtà industriale (televisori, macchine, strade, profili di palazzi..) e non si allontanano da quelle situazioni ideali immaginate da architetti e costruttori, si veda il Dittico dell'identità con simbionti immaginifici vagamente industriosi (2003). Città fantastiche, come nei ben noti scritti di Calvino (Le città invisibili), dove strade, vie, numeri, persone, prospettive, colori e contorni abbandonano la loro predefinita natura per relazionarsi in un modo nuovo.
Come i due protagonisti del libro - Marco Polo e Kublai Khan - impersonano le due facoltà della mente umana, così nelle tavole di Chimenti coesistono due elementi: immaginazione e razionalità. Marco Polo pesca nella memoria ricordi di città sognate e visitate che racconta all'assetato di notizie e potente imperatore Kublai Khan. Irreale e reale si specchiano e ribaltano, fino a confondere il dritto con il rovescio, il dentro con il fuori, in una geometrica quanto illusionistica simmetria. La pittura diventa luogo d'incontro di due prospettive conoscitive interne dell'artista.
Non c'è tempo, e non c'è dimensione, o meglio, ne esistono tante che si intersecano tra loro: coincidono per esigui attimi, compenetrandosi, ma poi si dilatano ancora. Linee curve, rette, angoli, spirali, quadrati e triangoli sono caparbiamente composti nell'invenzione di storie protocubiste.

"Nella parte inferiore della scala, sulla destra, vidi una piccola sfera cangiante, di quasi intollerabile fulgore. Dapprima credetti ruotasse; poi compresi che quel movimento era un'illusione prodotta dai vertiginosi spettacoli che essa racchiudeva" .

L'illusione contenuta in un'immagine dura per sempre, è ciò che spinge a una ricerca incolmabile, come il palazzo degli dei della città immortale, che nel racconto L'immortale introduce il concetto di a-temporalità e apre metaforicamente la porta dell'illusorietà reale della mente umana nell'Aleph di Borges, collezione di racconti su posti immaginati e personaggi realmente esistiti, che sono dall'autore reinventati.
Allo stesso modo Chimenti ci porta nel suo mondo simbolico e onirico in cui persistono due elementi: da una parte l'arte surrealista, "emotiva, intuitiva, soggettiva", e dall'altra l'astrattismo, "disciplinato, architettonico, oggettivo, rigoroso" . Chimenti di questi due poli cerca la sintesi. Alla maniera di Breton, valorizza un'arte sognante che ricorre ai mezzi tradizionali della figurazione per elaborare un'iconografia del meraviglioso. È nei sogni che l'uomo realizza la sua libertà, è nell'immaginario fantastico che tutto è possibile. Nella pittura si libera il pensiero metafisico prendendo corpo in soluzioni formali che ne concretizzano la volontà liberatoria.
L'opera d'arte è un punto di osservazione speciale - una stazione - e il suo significato si avvicina più all'idea - nell'accezione platonica - delle cose che rappresenta che non alla sua realtà oggettiva.
La scelta dell'artista è di rendere il visibile, e non di riprodurre il visibile, secondo la formula lapidaria che ne dava Paul Klee in Teorie dell'arte moderna nel 1920: "L'arte non riproduce il visibile; essa rende visibile. E la dimensione grafica, per la sua stessa natura, induce facilmente, legittimamente, all'astrazione". Chimenti sembra aver bene in mente la lezione del maestro dell'astrattismo proponendoci tavole in cui è facile perdersi nell'osservazione di un dettaglio, che non si esaurisce nella sua identità formale ma induce lo spettatore attento a esplorare la superficie del quadro "come un animale che pascola in una prateria".


Gioco-videogioco
Enigmi e misteri sono la trasmissione di desideri inconsci, di trasfigurazioni di soggetti che appaiono nell'immaginazione. Visioni. Giochi a trabocchetti come labirinti e dedali.
I quadri di Chimenti sembrano ricordarci nella modalità rappresentativa quei videogiochi in voga dagli anni '90: schermate di realtà parallele dove si intrecciano e snodano diversi soggetti, con diverse prospettive e proporzioni. Quasi a confonderci lungo percorsi labirintici e spazi interamente campiti (soprattutto nell'ultima fase della produzione dell'artista calabrese) come in Rinnovamento eclettico ed eroico di tre cyborg del futuro (2004).
La figurazione è elegante, quasi riconducibile a un Oriente pittorico in cui si alternano repertori simbolici di divinità e allegorie (mani, lance, spade, numeri) a frammenti di una umanità ancorché primitiva. Sono stati i popoli antichi, a cominciare dagli Egizi, ma anche del medio e dell'estremo oriente fino ad arrivare ai poemi epici della letteratura greca e latina, a credere nell'esistenza di esseri meravigliosi, ibridi uomo-animale: in Chimenti troviamo la contemporaneità dell'uomo-macchina, nascosto nelle geometrie del suo personale segno (Neo condottiero della fiction con ombelico etnico, 2000; Rivisitazioni nostalgiche di due guerrieri simbiotici del futuro, 2003) emblema della realtà postmoderna - confusa e telematica - che resta debitrice verso le mitologie antiche e i racconti favolosi di viaggiatori reali e immaginari.
A concorrere con un senso colto e metafisico, che vuole sì mostrare, ma non svelare completamente le volontà del pittore, sono i titoli: veri e propri vasi di Pandora dai quali fuoriescono significati enigmatici parafrasabili solo con un'attenta osservazione dei dipinti. Neo oracolo della vanità con armadio magico (2002), Polútropos con chiocciola esistenziale che non dimentica l'emozione del fantastico (2002), Danza apotropaica con asta virtuale (1995), Entelechia di un consumatore ordinato (1988): sono metafore surrealiste, che nella loro imperscrutabilità, contribuiscono al "gioco" dell'opera che mostra enigmi senza svelarli, lasciando la ricerca della soluzione a un pubblico colto, comunque avvertito e complice. Elementi aulici si alternano al gusto infantile di rappresentare per immagini spontanee.

Apriamo e chiudiamo gli occhi, ma l'universo sensibile di Chimenti continua a sottoporci ai suoi stimoli: i mondi terreni delle passioni e delle ossessioni, i colori pastello dell'immaginazione, eterei come il pensiero, lo stile glauco e a-temporale del segno.


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