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ANTOLOGIA CRITICA

LA MITOLOGIA CONTEMPORANEA
DI PINO CHIMENTI

Lara Caccia

"Ogni opera d'arte nasce come nasce il cosmo: attraverso catastrofi che dal fragore caotico degli strumenti formano una sinfonia, che chiamiamo armonia delle sfere. La creazione di un'opera d'arte è la creazione di un mondo".
Così l'opera di Pino Chimenti, sin dai primi lavori, diventa la creazione di un nuovo cosmo. Questi mondi in origine erano mondi "surreali" dove predominava un segno molto deciso e colori sfumati. Le figure di ancestrali personaggi o fantastici animali dominavano la composizione. Lo sfondo pittorico risultava essere qui non semplice superficie neutra, ma elemento fondamentale dell'insieme, in cui si percepiva la corposità materica dei nuovo cosmo che si andava creando.
"Ci stiamo avvicinando sempre più all'epoca della composizione consapevole, razionale. Presto il pittore sarà orgoglioso di spiegare che le sue opere sono costruite ( ... ). Già ora siamo vicini al tempo della creazione che ha uno scopo".
Seguendo ancora Kandinsky, ci avviciniamo dunque alle opere più mature di Chimenti: lo sfondo appare qui ormai semplicemente una "quinta" su cui si svolge la presentazione dei personaggio, che a sua volta è sempre più riconoscibile e predominante. Riconoscibile ma non sempre uguale in ogni quadro; poiché ogni elemento che lo compone è diventato come tessera di un puzzle. Infatti, la forma delle tessere rimane immediatamente identificabile, ma ciò che infine differenzia ciascun puzzle è l'immagine risultante dalla costruzione dell'insieme. È l'insieme a creare ogni volta un cosmo differente: ad un primo sguardo ci si offre l'universo dei colori e delle sagome; poi, partendo da un punto più ravvicinato e scegliendo un particolare dei disegno, si viene trascinati in un percorso interno di continui rimandi, fino a trasformare l'opera in un unico racconto. Un percorso che può portarci a decifrare ogni singolo segno per arrivare a svelare il significato originario dato dall'artista, o semplicemente ad interpretare secondo la propria sensibilità. Il critico Gillo Dorfles, parla a proposito della "volontà di tessere un racconto dove entrino in gioco fattori disparati ora ironici e giocosi, ora magici e mitici ma sempre subordinati alla loro valenza pittorica".
Nel costruire i suoi cartigli l'artista si trasforma in un vero e proprio "ingegnere dei gioco": "decora" ogni piccola superficie con texture differenti, realizzate con meticolosa precisione e dedizione. Tutto corrisponde ad un determinato disegno di armonia tonale e spaziale. I particolari possono essere apprezzati solo dopo un attento e ravvicinato esame dell'opera; ciò che colpisce a prima vista, infatti, è solo l'apparente caos che predomina il racconto. L'ordine prima accennato, viene continuamente infranto da piccole torri, da cerchi con spicchi colorati, da frecce, e tanti altri piccoli "oggetti" che troviamo sparpagliati negli angoli della composizione. In questo modo, pur prendendo seriamente il suo lavoro, l'artista non dimentica l'aspetto ludico, gioioso dei suo fare arte.
"Chimenti ritaglia le forme della sua esperienza visiva, tratte dal gran repertorio della cultura: e nel ricostruirle le sparpaglia secondo un apparente caos. Ma questo caos, a ben vedere, nasconde a sua volta un ordine che è diverso, perché diversa è la matrice psichica da cui proviene".
L'umore originario che ha guidato la mano dell'artista si può intuire o dedurre, ogni volta, prestando attenzione ai complessi titoli delle sue opere. La loro funzione vorrebbe essere chiarificatrice di ciò che avviene all'interno dei quadro, come se l'artista volesse guidarci per mano a decifrare lo scopo per cui è stata fatta, ma a volte ottiene l'effetto contrario: le ricercate parole sonore contribuiscono ad aumentare l'alone di mistero che avvolge l'opera, allontanando lo svelarsi definitivo della sua "verità". Cosi, ogni titolo risulta essere il prodotto di un accurato e specifico esercizio di pensiero; quasi un'opera a parte.
Dittico dell'identità con simbionti immaginifici vagamente industriosi è il titolo dell'opera presentata alla XIV Quadriennale di Roma, ospitata per un'anteprima nelle sale del Palazzo Reale a Napoli. Per vivere nei mondi im possibili, l'uomo si è trasformato in simbionte6. Ora lo scopo è quello di dare una lettura del mondo in cui viviamo, attraverso simbionti e mondi futuri, formati però da segni e da simboli di arcaica memoria. Guerrieri e dame, personificazioni del potere e della cultura che imprigionano o salvano la libertà (rappresentata da un colorato volatile), immersi non in mondi cavallereschi o magici, ma nella realtà del nostro mondo, rappresentato da tutti gli elementi della contemporaneità. Primo fra tutti il televisore che incombe come un'arma, al pari delle lance e degli archi con frecce. Anzi questo strumento mediatico risulta essere al centro dei discorso intorno a cui ruota la composizione, e lo stesso artista osserva che "una distratta comunicazione fra gli uomini potrebbe portare a un neo imbarbarimento: il messaggio oggi è più mediato che immediato". Un'attenzione quasi giornalistica nella descrizione dei nostro tempo, ma di un giornalista che prende in prestito il suo linguaggio da antiche e mitiche storie.
Quindi, seppur apparentemente abbiamo la sensazione di avere di fronte un artista che si rifugia in un mondo fantastico, in realtà le sue opere sono una visione futura dei mondo. Elementi antichi, fatti storici che hanno segnato un'epoca (ad esempio l'11 settembre), cioè tutto un bagaglio culturale della memoria, vengono assemblati come monito e lezione da cui partire per ricostruire la nostra società e la nostra vita. Così, attraverso il comodino della memoria si arriva infine ad immaginare
mondi in cui ogni dicotomia possa convivere: frammenti di terreni che raffigurano il mondo ideale di ognuno, sagome delle torri newyorchesi accanto a quelle delle mosche arabe.
In conclusione, concordando con ciò che ha scritto Tommaso Trini, si potrebbe dunque affermare che l'opera di Chimenti, pur utilizzando ampiamente simboli ed elementi provenienti dalla kabbalah, dall'alchimia, dalla numeralogia, non può definirsi esoterica. Al contrario è un'opera che, nel momento in cui ci si appropria delle chiavi di lettura, sembra svelarci gli arcani misteri: si trasforma in un opera essoterica, quasi una "mitologia" contemporanea.


LARA CACCIA

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