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ANTOLOGIA CRITICA

La carezza della fabulazione
Giorgio Cortenova

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Sono più che convinto che i simboli nascosti nell'accurata "calligrafia" pittorica di Pino Chimenti possiedono una loro precisa connotazione.
So che, una volta analizzati attraverso il "microscopio" interpretativo, essi sono perfettamente decifrabili e s'inscrivono in un ben ordinato, anche se straordinario racconto. Eppure credo anche di sapere che quelle "calligrafie" simboliche ed allusive tutto ci domandano fuorché di procedere a definizione e sembrano invece predisposte all'allusione, al cortocircuito del dubbio, alla scintilla dell'immaginazione e dell'intreccio.
In realtà la pittura di Chimenti è una pittura
d' "intrighi", se mi é concesso un linguaggio di origine teatrale: intrighi settecenteschi, o, meglio ancora illuministi.
Intrighi della ragione insomma, ma tutt'altro che estranei dalla follia e dall'allucinazione che ne accompagna e riti e i fasti, antichi o moderni che siano.
Ha ragione Gillo Dorfles quando parla di "titubanza sematiche", ponendo questi termini sotto tutela di virgolette. Infatti se di "titubanze" si tratta, queste non sono dovute ad incertezze o a timidezze espressive, ma nascono da una precisa volontà metodologica o comunque da un'inclinazione naturale, ironica e qualche volta perfino irridente dell'animo e della progettualità pittorica di Chimenti. È un artista, Chimenti, che non si piega ai dettami delle correnti artistiche prefabbricate del nostro tempo, né appartiene a particolari geografie culturali, pur essendo sensibile al contesto storico europeo, nel quale invece ha radici solide e con il quale ha costruito dialoghi intensi ed autenticamente dialettici. Penso allo Jugendstil, a Obrist, all"'Atelier Elvira" di Endell, a Vienna di fine-inizio secolo, ma anche al Kandínskij del periodo parigino e ai poeti visionari tanto cari al secondo surrealismo. Le "macchine celibi" care alla sua pittura sanno stimolare le ipotesi associative della memoria e nello stesso tempo propongono una serie ininterrotta di contaminazioni. Il labirinto si complica, il filo d'Arianna si annoda e s'intreccia. Eppure da un capo all'altro di un percorso disseminato di trappole oniriche e di alterazioni semantiche scorre il liquore malizioso ma insieme gioioso di Eros, divinità una volta tanto disgiunta da Tanatos e invece pronta a far banchetto con i maliziosi ma vivificanti sortilegi della "macchina" del linguaggio.
Ecco, credo proprio che Chimenti possieda un fare brioso, ma capace di ferire; e di converso un' "ingegneria" maliziosa ma vivificante.
Tutto ciò, naturalmente si traduce in pittura, in lucidità o tepori di pigmanti, in trasparenti alchimie della materia. Conforta la continuità del suo linguaggio, in un epoca di facili incoerenze.
Affascina la fabulazione sempre lucidissima. Colpisce il "geroglifico" di una lingua che, nel momento stesso in cui allude ad un'improbabile scrittura, affonda le sue radici nell'Oriente pittorico, e viceversa.
Mosaici a volte irridenti, a volte enigmatici, a volte ironici e demistificatori, i suoi lavori ricordano la continuità quotidiana del fare antico dell'arte, quando l'arte era prima ancora che di arte si parlasse;
quando, insomma, la creatività si addormentava sulle ginocchia degli uomini e ne ridestava i cuori con la carezza dell'indefinibile e con i sortilegi della fabulazione.


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