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ANTOLOGIA CRITICA


Geografie dell'anima
Anna D'Elia

Sono colta da vertigini dinanzi a questi dipinti: Chimenti mi sfida a inoltrarmi nel caos.
Il mondo, non solo quello legato alla sua esperienza personale, si dispone sulle tavole in frammenti, come se il pianeta costretto ad appiattirsi su una superficie ondeggiasse in detriti, pezzi che vagamente riconducono a quelli che erano prima continenti, mari, isole, penisole. E' dinanzi a carte geografiche che mi trovo, ma di quali luoghi vogliono parlarmi?
Se sono geo-grafie dell'anima, il viaggio sarà dei più impervi e pericolosi. Smarrimento: è questo che le mappe di Chimenti mi comunicano.
Eppure in questi tracciati, nei segni lasciati sul foglio, come frasi su un diario, c'è - a ben vedere - l'indicazione di un itinerario, ciò che resta del viaggio che lo stesso Pino ha compiuto e di cui ci mostra ora, le immagini.
Ogni viaggio, se a compierlo è un artista, non ha che un obbiettivo: dare forma all'informe unificando i frammenti sparsi, i ricordi sospesi, le immagini vaganti in un tutto che finalmente è il vero viaggio attraverso il racconto che se ne fa.
E se il viaggio fosse la vita? E se la vita fosse la Storia?
Mi incammino.
Non sono sola, immagino Pino dinanzi ad alcune sue tavole grandi, quelle che misurano centimetri settanta per cento, lo vedo con in mano una lente d'ingrandimento, mentre stende il colore e dà forma a retini, trame, grovigli come per catturare granelli di universo. Pino il ricostruttore che, dalla montagna di rifiuti simbolici, estrae biglie, bottiglie, stelle, foglie, rotelle.
E' dinanzi ad una pittura neo-metafisica che ci troviamo, una pittura che agisce come sonda della memoria, operando distinguo, compiendo scelte, adottando filtri. Di quale memoria stiamo parlando? Ed in che modo la micro e macro storia possono congiungersi?
Non si tratta più di una poetica delle origini, non sono flash back sul suo passato quelli di cui l'artista ha bisogno, piuttosto affondi nell'immaginazione e in ciò che dai primordi essa ha saputo costruire.
E' nei mondi paralleli dell'arte che l'artista cerca approdi, è questi che vuole salvaguardare, nella speranza di trovare lì un possibile ormeggio, nell'epoca che ha svuotato tutti i realismi.
E, come il Piccolo Principe sul suo pianeta, raccoglie, travasa, innaffia perché i detriti divengano semi e i germogli diano vita a piante e le piante a foreste.
Da un mondo arrivato alla fine del mondo possono scaturire solo racconti di polvere impastata a ruote, rondelle, teste, nasi, code, stelle, cuori, grucce, lingue: di fuoco talvolta o di serpente, lingue vaganti nell'universo, lingue che cadono dal cielo, che spuntano dalla terra.
Pino Chimenti dipinge le uniche storie ormai possibili, storie allucinate e allucinatorie, dove anche i titoli sono alla ricerca di un ago della bilancia che orienti le parole e il senso ad esse sotteso: Cartigli iridescenti della memoria guerriera con ombre colorate vagamente gioiose/giocose. Mimetismo di un essere grazioso in sintonia con il proprio osservatorio esistenziale. Neo oracolo della vanità con armadio magico. Piccolo cartiglio con magia sempre più espansa.
Da quanto ciò che era un tutto si è ridotto alla congerie sparsa dei suoi brandelli e i capolavori racchiusi nei musei sono diventati polvere, da allora solo il gesto paziente del raccoglitore è plausibile.
Provo a immaginarmelo l'archeologo del futuro che accumula e sedimenta detriti, finché le montagnole si distendono su un foglio e ritrovano un senso.
Tutto appare un po'confuso, così è nel post mondo.
Ma occorre attenzione e ascolto: non solo a chi raccoglie e ricompone, ma anche a chi guarda e decifra. Occorre lentezza e capacità di stupore per fermarsi e riguardare.
Chiudo gli occhi. Li riapro. Isolo un pezzo alla volta.
Si coglie nei dipinti di Pino il senso dell'arte in certe ore, quelle che la storia decreta come estreme, l'annuncio tragico di un mondo senza più vita, di una pelle divenuta crosta, di una storia divenuta memoria.
Alla "fine annunciata" Pino risponde allestendo la sua personale Arca dove deposita colori, materiali, texture, immagini, supporti e strumenti del lavoro.
Ciò che resta è qui, pezzi di realtà illusorie e tangibili convivono, per dirci che non è più tempo di fare distinguo: forma e informe appartengono al medesimo ordine di realtà.
E' nella capacità di vedere oltre, la soluzione dell'enigma, la salvezza di chi è sopravvissuto.


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