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Il Microcosmo di Chimenti
Gillo Dorfles

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Sono sempre stato del parere che sia del tutto erroneo voler far coincidere il codice letterario dei titoli, in alcuni dipinti dei nostri giorni, con quello iconico degli stessi: nel caso delle
opere di Pino Chimenti, - dove il titolo d'ogni lavoro, presenta un'indiscussa originalità - sarebbe peraltro sbagliato di voler insistere nel rintracciare i legami tra questi titoli e quel
particolare alone di misterioso stupore e di "titubanza semantica" che li avvolge: è appunto questa "titubanza", questa imprecisione voluta delle figurazioni, a costituire spesso il loro
fascino, e al tempo stesso a obbligare l'osservatore a soffermarsi sul tentativo di decriptarne i significati nascosti.
Prima di tutto, ovviamente, sarà opportuno considerare da presso l'aspetto iconico dell'opera di Chimenti: un aspetto di
estrema sofisticatezza decorativa (dico "decorativa" in un senso buono, anzi buonissimo, perché ogni dipinto é una vera
miniera di elementi ornamentali che reggerebbero da soli anche senza la globalità dell'insieme), ma anche di straordinaria
inventiva fantastica e fabulatrice.
Chimenti, ormai da diversi anni (ne avevo apprezzato il lavoro già in un lontano "stage" tenutosi ad Anacapri nel 1982) prosegue nell'invenzione costante di piccoli miti personali, di strane leggende, nelle quali dei personaggi - tra il surreale e il ludico, tra il grottesco e l'affabile - si trastullano in mezzo a ghirlande di forme variopinte, di marezzature cromatiche, di sottili estroflessioni magnetiche, sempre sostenute da un minuzioso grafismo. E queste "fabulae" - come ci dicono, per l'appunto, i titoli delle stesse (ai quali dinanzi alludevo) - si chiamano, ad es.: "Postino lunare", o Ingegnere del gioco", o "Profeta artificiale", o "Entelechia di un consumatore ordinato"...
Se ci fosse concesso di esaminarle partitamente - e lo spettatore è invitato a farlo con scrupolosa analisi se vuol ricavarne le
nascoste implicazioni - ci renderemmo conto che, dietro questi titoli, si cela quasi sempre una precisa sintassi iconica che non è
soltanto occasionale: "Il postino lunare", ad es. è un personaggio accompagnato da numerosi emblemi della sua mansione, mentre un quarto di luna illumina l'oscurità notturna.
Un analogo discorso si può fare per il "Profeta artificiale": un altro "essere" circondato da una serie di simboli ben decifrabili (un libro aperto, uno strumento misterioso, una sorta di siringa,
una croce egizia, e anche una "presa di corrente" forse ad alimentare le facoltà profetiche di questo strano individuo (incantato).
Le stesse considerazioni, del resto, valgono per "Il mio giocattolo del futuro" dove l'incontro di elementi decoratrici bidimensionali e di oggetti volumetrici crea una sorta di curioso assemblaggio. Mentre nei "Lottatori con pugnali ecologici" appare più evidente l'antropomorfismo delle due figure impegnate in una sfida a base di strane formazioni acuminate (anche se "ecologiche"). In definitiva - poiché
sarebbe sterile una descrizione aneddotica dei singoli lavori - l'elemento narrativo, che sussiste anche in assenza, spesso, d'una precisa identificabilità dei personaggi, dei luoghi, dei simboli, mi sembra decisivo in tutta quanta l'opera di Chimenti, perché ci dice subito la sua volontà di tessere un racconto dove entrino in gioco fattori disparati - ora ironici e giocosi, ora magici e mitici - ma sempre subordinati alla loro valenza pittorica. Anzi, dopo aver reso l'omaggio dovuto a questo versante dell'opera di Chimenti, vorrei affermare ancora una volta come, oltre e nonostante la presenza d'un elemento favolistico (che talvolta sembra persino, sconfinare nel "fumettistico"; ma sempre nel senso migliore della parola) esiste sempre e sopra ogni altro aspetto, quello pittorico cui si piegano tutti gli altri parametri dei dipinti. La ricerca di raffinate sfumature, di inattesi incastri cromatici, l'utilizzazione di superfici a trattini, punteggiate, zigzagate, fa di molte di queste opere delle vere e proprie "antologie ornamentali".
E, in un momento come l'attuale, dove persino la più severa architettura e il design degli oggetti d'uso hanno riscoperto il decorativismo,
mi sembra che sia non solo lecito, ma molto auspicabile che anche la pittura riscopra le valenze ornamentali che appartengono, da sempre, all'attività creativa dell'uomo e che
solo certe correnti del nostro secolo avevano volute, abolire o censurare.

 

 

 

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