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ANTOLOGIA CRITICA

Caricature della civilità
Feliks Karoly

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Pino Chimenti, artista italiano, di cui molto si è scritto, e che ha molte mostre alle spalle, ha sviluppato un complesso alfabeto di simboli pittorici per delineare uno strano universo del tutto personale. Il reame di Chimenti è un luogo bizzarro, pieno di personaggi buffoneschi (spicca un buffo cavaliere in corazza - deve forse farci capire donchisciottescamente che la cavalleria non è morta, neanche in questa nostra epoca grossolana!), significati nascosti e accenni intriganti ad un'immaginazione allo stesso tempo ermetica e socievole, un vero vivaio di contraddizioni provocatorie ed incongruità.

Le forme intricate che dividono le opere somigliano ai pezzi di un puzzle che è stato già assemblato eppure rimane misterioso, pieno di domande senza risposta e di enigmi che continuano a stuzzicare la mente per molto tempo dopo il primo incontro.

Per questo, nessun newyorkese che abbia un senso d'avventura estetica dovrebbe perdere questa rara opportunità di rimanere sconcertato da questa mostra personale del mago italiano "Microcosmi ermetici", curata da Stefania Carrozzini, presso la Gallery@49, 322 West 49th Street, dal 15 aprile al 6 maggio.

L'unico altro artista recente che si avvicini alla complessità iconografica di Chimenti è il defunto genio svedese Oyvind Fahlstrom, il cui stile influenzato dagli strip cartoons ha indotto alcuni critici sprovveduti a scambiarlo per un artista Pop, definizione troppo riduttivo per un artista così ingegnoso.
Bisogna guardarsi dal mandare Chimenti verso un simile destino. Bisogna anche evitare di accomunarlo a certi artisti effimeri americani come Carroll Dunham, che ha ricevuto elogi non meritati per le sue troppe mostre. Mentre è vero che entrambi gli artisti spesso impiegano figure terribilmente distorte come ricettacoli per il loro linguaggio figurato interno, l'uso che fa Chimenti di questo accorgimento è elegante piuttosto che grossolano, e se mai ci sia paragone da fare, sarebbe più corretto accostarlo all'approccio degli artisti della Scuola "Hairy Who" di Chicago.

Chimenti però, impiega una giocosità fumettesca con finezza impareggiabile, facendo caricature non solo di figure umane, bensì di computers, macchine del flipper, velivoli, architetture, e una schiera di altre verruche sul volto della civiltà contemporanea. Tutto con una inventiva capricciosa che si può paragonare solo a quella di artisti in posizione molto più alta nella catena alimentare della storia: artisti come Victor Brauner e, soprattutto, Paul Klee. Come Klee, Pino Chimenti sembra "portare una linea a spasso", poiché il suo stile è primariamente lineare, con zone di colore brillante da strip fumetto all'interno, finendo col fare la mappa dell'intero territorio della coscienza umana. Come fa Klee, anche Chimenti si batte il petto, ma c'è anche molto umorismo e tanta umiltà, come se fare arte non fosse nulla di eccezionale.

E' proprio questo che è così delizioso nelle opere di Pino Chimenti; egli introduce una nota di leggerezza e di grazia in una scena artistica che ne ha sicuramente bisogno, in una città che spesso si prende troppo sul serio. Bisogna soltanto ringraziare la curatrice, Stefania Carrozzini, della D'Ars International Exhibition Service, di Milano, per averlo portato qui da noi per renderci più umili ed ispirarci con la sua eccentrica nobiltà.

Feliks Karoly


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