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chimenti's art


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ANTOLOGIA CRITICA

Cartigli Canditi. Una Wunderkammer.
Tommaso Trini

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Chimenti ha il cimento nel nome. E' Cimenti per il mio computer, che non riconosce
la h del suo nome poiché esegue un automatico controllo ortografico. Chimenti ha il
cimento nella sua arte, oltre che nel nome, al solo vederla. Nei suoi quadri si svolge
un fiero torneo cavalleresco tra il caos e il cosmo, in cui le forme lottano fra di loro.
Un'opera tesa alla prova, cimento, tenzone, una volta doveva essere d'avanguardia.
Adesso si preferisce che sia un gioco, gioco serio, anche se furioso come l'OrIando.
Anni fa, Alighiero Boetti cercava un buon titolo per il suo primo ciclo combinatorio a
quadretti neri e bianchi. A me venne in mente una musica di Vivaldi che poco aveva
a che fare con, l'innovativa ars combinatoria del mio amico; ma lui subito ne ereditò
il titolo; da allora il ciclo di Boetti s'intitola Il cimento deII'armonia e deII'invenzione.
Nell'arcipelago dei dipinti di Pino Chimenti, fra gli atolli archeo(il)logici lungo le isole
piene zeppe di miraggi labirintici, scorrono mari di giocosità, anzi barriere coralline
con anfratti ludici, anzi vacanze perenni in stile modernista-antiquato, ma non i vizi
dell'infantilismo. Ogni isola è un carico di oggetti nel tempo. Ogni carico è un pae-
saggio con foreste di oggetti. Molti panorami (non tutti) crescono come figure alla
Pantagruele, o buratti o mimi dei Grande Fratello, dai nasi a cono di gelato. E tutti
sanno quel che fanno. Più furbe di tutti sono le forme, le memorie, che conoscono
mille astuzie metamorfiche e le infittiscono dove non le vediamo. Nel linguaggio dei
locali circola solo un sogno: sperimentare tutto. Dicono che Ulisse passi le ferie qui.
La convitata doriore dei tornei che affollano le isole antropomorfe di Chimenti e con
evidenza la Metafisica italiana. Complici i bei titoli romanzati dall'artista che narrano
di presenze di "un giocatore celeste", "un neo armamentario". "*un piccolo archeolo-
go,`, e spesso di un "ingegnere dei gioco" (i suoi titoli sono avvisi ai naviganti lungo
queste "rotte confuse'9. Non che importi molto sapere quanto siano vicini o lontani
i riferimenti indiretti ai Semidei familiari dei crocchi di Savinio, alle Muse sulla tolda
dei paquebot di De Chirico, finanche alle Geometrie stanti di Carrà. Basta osservare
che Varte di Chimenti appartiene coi cuore a quella famiglia, purché lo si veda, lo si
dica. La sua pittura sta in qualche parte di tale genealogia, lo dice l'inalberarsi degli
orizzonti in manichini stratificati di mobili. E nei suoi aspetti mentalmente più sottili
echeggia De Chirico, che nel '18 diceva: "'Bisogna scoprire il demone in ogni cosa".
Ma chi è l'avversario diretto di questo abile, raffinato artista calabrese, un campione
bizantino di fantasmagorie? Scommetto che è Steinberg. Altri critici hanno indicato i
suoi probabili padrini, quali Klee, Mirò, Licini; io provo a opporgli il migliore sfidante
possibile, qual è Saul Steinberg. Avvicino cosi ai nostri giorni un confronto alla pari
fra due opere ovviamente diverse - ma entrambe ammirevoli, fortemente grafiche e
immaginifiche - che sfidano Vordine e il disordine della nostra visione con gli stessi
mezzi. Nei disegni di Steínberg scivolano poche linee sinuose nel rispetto delle carte
bianche appena colorate, in uno spazio teso al minimo, al vuoto; le linee'disegnano
un'immagine piegata che dimprovviso si schiude, per metamorfosi, in un'immagine
dispìegata che parla dei disegnare. Notissime sono le mani di Steinberg che vanno
disegnandosi l'un ]`altra. Un bel gesto esemplare di metalinguaggio, di arte sull'arte.
Al contrario dell'americano, l'europeo moltiplica guantoni di antiche armature da cui
ha tolto le mani. Nel folto delle tempere di Chimenti implode il pieno teso al tutto,~ il
disegno delinea un terremoto di poliedrì coloratissimi che si scambiano il gioco delle
parti; la figurazione è una scíarade mnemonica di oggetti di affezione che vengono
rovesciati, sparsi, e dirottati fuori dall'arte; qui, la metamorfosi si spezza in rimandi
discontinui e spesso distanti fra loro. Siamo proprio nei casini postmoderni. Allora è
Chimenti il più avanzato, l'analitico Steinberg restando il più virtuoso. Pari e patta.
Nel fantasticare istoriato dell'europeo risuona, in allegra risposta ai risvolti della
tragicommedia, quel verso antico che molti di noi imparammo a scuola: '1 cavalier,
l'arme, gli amori, le cortesie, l'audaci imprese io canto". Una gran parte dei quadri,
in effetti, assume la struttura antropomorfa di un cavaliere armato di metamorfosi,
che in sé ricompone un caos terminale di oggetti smemorati come un demiurgo che
stia scrivendo. La sua figura avventurosa si arma talora di cotta e celata, sovente di
mobili e scrivanie e code mozze di serpentelli, altre volte di televisori o fumetti, e
sempre di penne e matite. Che in questo grafomane si celi un progettista diabolico?
Per certo, lui incita l'impetuoso costituirsi stesso di queste immagini nel clangore dei
"disegnar furioso" di Chimenti che domina la loro strepitosa densità evocativa. Tale
impeto iconografico spinge anche noi, critici compresi, al cimento delle associazioni
libere. Chimenti lo guida tra l'irruenza dei corpi poliedrici e la solidità emblematica
dei colori alzati come pavesi, tra la sapienza prospettica dellIntreccio degli oggetti e
il magnetismo delle loro connessioni più sorprendenti, con questo risultato: che la
scena tramuta la felice arbitrarietà dei dettagli nell'unità di un tutto necessario. Noi,
per contro, siamo certi di avere colto l'insieme della scena in un colpo d'occhio e poi
ci smarriamo nella selva dei particolari eterocliti, dei nessi insospettati, dei rimandi
metamorfici. Per buona fortuna, il frastagliato dúctusgrafico e narrativo dei nostro
artista genera favole spesso sardoniche, non filosofie, che mostrano l'indescrivibile.
Come descrivere altrimenti lo scenario fitto come un piumaggio dei Piccolo cartíglío
íríkìescente con memoria di sciamano, per esempio, se non come un woodoo tra la
danza e la trance, uno scenario di maschere e di rituali, insieme urgenti e urticanti?
Il vero genius locidi Chimenti è il disegno. Lha maturato studiando a Urbino, dove
anche le pietre sono di carta (il suo medium, lo chiama "materiale cartaceo`) e l'uso
storico della grafica resta in bilico tra le memorie e l'oblio. Coi disegno si stratifica il
mondo e lo si terrazza di colori. Chimenti è andato oltre, lui lo disordina con il caos
e lo riordina nelle metamorfosi. Si tratta di passaggi fortemente inclusivi; il caos e la
metamorfosi sono attrattivi, non repulsivi. Ecco un'opera in cui includere anche noi.
Per avanzare nelle su e isole lussureggianti, poste al Tropico delle farfalle, conviene
scrutarle con impazienza. Esse somigliano, non ai puzzie da ricomporre, bensi alle
sfere dei mappamondi da girare e rigirare. Ecco un quadro prudente coi pappagallo.
Diversamente dalle altre, l'immagine è munita di due gran teste, non una ma due,
che fieramente si accampano con guizzi sull'orizzonte marezzato. L'eloquenza visiva
è talmente serpentina che ingigantisce il formato ridotto dei quadro e trasforma la
docilità dei titolo, Il neo armamentaríò síMbolico degli spo,-í con pappaga11íno della
,orudenza, in una cifra araldica. Appare un mondo antropomorfo nell'unità bicefala
di un incontro o scontro, non solo tra due sposi, ma anche tra i I microcosmo umano
e il macrocosmo dell'arte. Strutturalmente, è un corpus iconografico a guisa di
coppia che regna sopra un paesaggio che accorpa gli artefatti umani più disparati.
In cima all'immagine, due teste ghignanti svettano dall'alto di un verde pianoro con
rocca a strapiombo; due volti celati da elmi a cono di gelato si affrontano in una
"singolar tenzone" due profili che sfidano il nostro ricordo... 0 bella, codesti ghigni
l'abbiamo già veduti, ma dove? Gli sposi di Piero, ecco chi ci ricordano, i due gelati
celati sopra il pappagallíno. Hanno il doppio profilo dei duchi di Urbino, Federico da
Montefeltro e Battista Sforza, resi celebri da Piero della Francesca. Diremo pertanto
che il nostro pittore è un citazionista? A dire vero, lui accenna a cose da pappagalli.
Certo, lui pure ricorda maestri e icone antiche, ma le traveste sotto mentite spoglie.
E quanto gusto si prova, poi, nello scoprire che l'ampio mosaico di questa notevole
scena ricopre gli sposi di Piero, e il pappagallino, e anche la nostra curiosità, come
un patchwork boccaccesco, una magica coperta metamorfica con la spina elettrica.
Scovare il meraviglioso e un esercizio spirituale per la mente e i suoi pettegolezzi.
In questi dipinti sono inscritte mappe gelose che covano la meraviglia: sono cartiglí,
dichiara l'artista. Direi "cartigli canditi" dalla nostra sorpresa. Cartiglio è un termine
architettonico che indica i fregi a forma di rotolo di carta, fra Valtro. Condensa bene
le proprietà strutturali di questopera: l'ornamento lineare, la scansione cromatica,
le tarsie narrative, e il viluppo criptico. Un cartiglio sì srotola e poi si può richiudere,
velando ciò che svelava. Al tempo degli Egizi, un faraone usava i cartigli per iscri-
vere il proprio nome ovunque; il faraone successivo li faceva scalpellare tutti sotto il
proprio nome e regno. Anche i nostri pensieri sono cartigli, quando sono sul punto di capire l'incompreso e poi si smarriscono. Notiamo percio che, a modo suo, l'arte di Chimenti sInteressa alla misteriosa natura della mente umana, secondo V'aritica
coscienza, cara a De Chirico, che essa risolve un enigma ponendo un altro enigma.
Ciò che è ornamento per l'architettura, non lo è per la pittura, che non simula. Gillo
Dorfles ha applaudito al piacere decorativo dei pittore calabrese. Più che V'ornato, in
verità, Chimenti pratica il trompe-1'oe#che potenzia tatto, materia, tessuto, volume.
Il piacere dell'ornato si evidenzia solo nell'abile minuzia nella marezzatura dei fondi
pittorici, nella tattilità delle textures, nei volumi sbalzati con semplici croci a X. Qui, i
-segni sono globalmente funzionali alla costruzione dell'immagine, vuoi per cifrarne
la narrazione, vuoi per decifrarne l'architettura. Le sparse pittografle che circondano
ai margini ogni immagine, la ornano solo per corteggiarla in modo utile. Così il sole
e la luna indicano che queste isole labirintiche passano dal giorno alla notte. Quella
freccia o quel pesce segnalano il loro orientamento o certi fondali mirabolanti. E' un
segnale, non un fronzolo, anche la crociera a X disseminata ovunque, ora come un
dorso di guanto o una stella marina, ora come punto di fuga o indizio volumetrico.
Queste segnalazioni ornate sono fari di polisemia per i circumnavigatori dell'opera.
Attenzione, fabulae affioranti. Essa è piena di simili avvertenze. Questa è un'opera
`lavvolta" - per non dire esoterica, quale non è - nel linguaggio di un'immaginazione
estremamente fertile, come pure nella solitudine di idiosincrasie visive che tendono
a liberarsi nell'affabulazione, anche per divertimento proprio. E' una pittura essote-
rica che si limita a divulgare se stessa o che mira alla ricerca non solo espressiva, a
cominciare dalla conoscenza di sé? Si guardi a ciò che divulga, oltre a ciò che cela.
Direi che le proliferanti pitture di Pino Chimenti divulgano il loro progetto, quello di
costituire una Wunderkammerdi superficie, piana come una tela o un foglio, e però
innervata da corridoi come un labirinto. In realtà, ogni suo quadro è un frammento
di un'opera che è già una Wundèrkammer molto trafficata dal suo creatore, proprio
come ogni scheggia di un ologramma ne riproduce in piccolo l'intera struttura. Nei
vecchi gabinetti di meraviglie dove Verudizione era al servizio della sperimentazione,
si materializzò quattro secoli fa la pratica moderna dell'idea di ricerca individuale. Le
isole antropomorfe di Chimenti, simili a mandragore, ospitano la ricerca di un pitto-
re che ha fatto un balzo indietro per poi procedere in avanti più speditamente, non
troppo diversamente dalle ritirate di De Chirico e compagni. Dico che il pittore non
intrattiene ambiguità, né nostalgie, né gusto retrò, se non per il minimo necessario
alla sua volontà di progredire nella conoscenza che dubita e non trascura il passato.
Oggi, aprire una Wunderkammer e ancora una sfida, anche perché la conoscenza
avrà sempre dei limiti, come dice la scienza.
A proposito, il computer riconosce Chimenti senza mutarlo in Cimenti da quando
l'ho incluso nel suo dizionario dei riferimenti celebri. Entrare nella storia è più facile.


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